Traccia di preghiera sulla Passione del Signore – Venerdì Santo
L’ultimo respiro di Gesù sulla croce è l’epilogo di una sconfitta o l’atto supremo di un abbandono radicale? In che modo questo respiro interroga la tua vita?
Indicazioni metodologiche
- È una traccia di preghiera sulle letture della domenica, in particolare sul Vangelo, ispirata alla tradizione degli Esercizi Spirituali di Sant’Ignazio di Loyola.
- Presuppone la lettura del Vangelo corrispondente: se omessa, la traccia che segue è priva di senso e si trasformerà in una presa in giro di se stessi.
- È predisposta in maniera tale da cercare di favorire il tuo coinvolgimento, il tuo apporto, il tuo contributo.
- Per la durata di questa preghiera, propongo i seguenti criteri:
- criterio del gusto interiore: farla durare sin quando ci dà gusto, ci coinvolge, ci intriga.
- criterio quantitativo minimo: non meno di 10 minuti.
- criterio quantitativo massimo: non più di 60 minuti.
- Non devi approfondire ogni spunto e domanda della traccia. La raffica di spunti e domande è per aiutarti a trovare il tuo filo conduttore. Soffermati dove ti senti toccato, dove senti coinvolgimento, dove avverti un richiamo. La tua preghiera passa in maniera decisiva dall’attenzione a questi movimenti interiori. Passa ad un altro punto della traccia solo quando hai ben gustato il precedente.
- Puoi impiegare la traccia con diverse modalità, prestando attenzione al tuo bisogno
interiore: una sola volta, per più giorni, per una settimana intera. - Puoi adoperarla anche insieme ad altri: in tal modo, dopo la fase personale, è poi possibile condividerne i frutti. Alcuni stanno sperimentando la traccia in gruppi.
- Alla fine della preghiera, prendi qualche appunto scritto (su carta, in un file, ecc.) sull’esperienza spirituale vissuta.
- Pregando sulla traccia, ti faranno compagnia tante sensazioni in ordine sparso, tipo “Non ci capisco niente!”, “Quante domande…”, “Io sono in cerca di risposte chiare e complete e qui trovo solo domande e tante…”, “La struttura della preghiera è strana”, “Alcuni passaggi risultano macchinosi…”, “Mi restano alcune immagini e non capisco perché”, “Sono affiorati diversi ricordi, belli e meno belli: che senso ha?”
- Non solo: ti potrà capitare di ritornare in maniera spontanea sulla traccia mentre sei impegnato nelle tue corse o di essere raggiunto ancora da essa.
Sai come si chiama tutto questo?
Preghiera.
La tua.
Sì, starai pregando.
Continua.
Testo del Vangelo…
Dalla Passione di nostro Signore Gesù Cristo secondo Giovanni (Gv 18,1-19,42)
In quel tempo, Gesù uscì con i suoi discepoli al di là del torrente Cèdron, dove c’era un giardino, nel quale entrò con i suoi discepoli. Anche Giuda, il traditore, conosceva quel luogo, perché Gesù spesso si era trovato là con i suoi discepoli. Giuda dunque vi andò, dopo aver preso un gruppo di soldati e alcune guardie fornite dai capi dei sacerdoti e dai farisei, con lanterne, fiaccole e armi. Gesù allora, sapendo tutto quello che doveva accadergli, si fece innanzi e disse loro: «Chi cercate?». Gli risposero: «Gesù, il Nazareno». Disse loro Gesù: «Sono io!». Vi era con loro anche Giuda, il traditore. Appena disse loro «Sono io», indietreggiarono e caddero a terra. Domandò loro di nuovo: «Chi cercate?». Risposero: «Gesù, il Nazareno». Gesù replicò: «Vi ho detto: sono io. Se dunque cercate me, lasciate che questi se ne vadano», perché si compisse la parola che egli aveva detto: «Non ho perduto nessuno di quelli che mi hai dato». Allora Simon Pietro, che aveva una spada, la trasse fuori, colpì il servo del sommo sacerdote e gli tagliò l’orecchio destro. Quel servo si chiamava Malco. Gesù allora disse a Pietro: «Rimetti la spada nel fodero: il calice che il Padre mi ha dato, non dovrò berlo?».
Allora i soldati, con il comandante e le guardie dei Giudei, catturarono Gesù, lo legarono e lo condussero prima da Anna: egli infatti era suocero di Caifa, che era sommo sacerdote quell’anno. Caifa era quello che aveva consigliato ai Giudei: «È conveniente che un solo uomo muoia per il popolo».
Intanto Simon Pietro seguiva Gesù insieme a un altro discepolo. Questo discepolo era conosciuto dal sommo sacerdote ed entrò con Gesù nel cortile del sommo sacerdote. Pietro invece si fermò fuori, vicino alla porta. Allora quell’altro discepolo, noto al sommo sacerdote, tornò fuori, parlò alla portinaia e fece entrare Pietro. E la giovane portinaia disse a Pietro: «Non sei anche tu uno dei discepoli di quest’uomo?». Egli rispose: «Non lo sono». Intanto i servi e le guardie avevano acceso un fuoco, perché faceva freddo, e si scaldavano; anche Pietro stava con loro e si scaldava.
Il sommo sacerdote, dunque, interrogò Gesù riguardo ai suoi discepoli e al suo insegnamento. Gesù gli rispose: «Io ho parlato al mondo apertamente; ho sempre insegnato nella sinagoga e nel tempio, dove tutti i Giudei si riuniscono, e non ho mai detto nulla di nascosto. Perché interroghi me? Interroga quelli che hanno udito ciò che ho detto loro; ecco, essi sanno che cosa ho detto». Appena detto questo, una delle guardie presenti diede uno schiaffo a Gesù, dicendo: «Così rispondi al sommo sacerdote?». Gli rispose Gesù: «Se ho parlato male, dimostrami dov’è il male. Ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?». Allora Anna lo mandò, con le mani legate, a Caifa, il sommo sacerdote.
Intanto Simon Pietro stava lì a scaldarsi. Gli dissero: «Non sei anche tu uno dei suoi discepoli?». Egli lo negò e disse: «Non lo sono». Ma uno dei servi del sommo sacerdote, parente di quello a cui Pietro aveva tagliato l’orecchio, disse: «Non ti ho forse visto con lui nel giardino?». Pietro negò di nuovo, e subito un gallo cantò.
Condussero poi Gesù dalla casa di Caifa nel pretorio. Era l’alba ed essi non vollero entrare nel pretorio, per non contaminarsi e poter mangiare la Pasqua. Pilato dunque uscì verso di loro e domandò: «Che accusa portate contro quest’uomo?». Gli risposero: «Se costui non fosse un malfattore, non te l’avremmo consegnato». Allora Pilato disse loro: «Prendetelo voi e giudicatelo secondo la vostra Legge!». Gli risposero i Giudei: «A noi non è consentito mettere a morte nessuno». Così si compivano le parole che Gesù aveva detto, indicando di quale morte doveva morire.
Pilato allora rientrò nel pretorio, fece chiamare Gesù e gli disse: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?». Pilato disse: «Sono forse io Giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?». Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù». Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce». Gli dice Pilato: «Che cos’è la verità?».
E, detto questo, uscì di nuovo verso i Giudei e disse loro: «Io non trovo in lui colpa alcuna. Vi è tra voi l’usanza che, in occasione della Pasqua, io rimetta uno in libertà per voi: volete dunque che io rimetta in libertà per voi il re dei Giudei?». Allora essi gridarono di nuovo: «Non costui, ma Barabba!». Barabba era un brigante.
Allora Pilato fece prendere Gesù e lo fece flagellare. E i soldati, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero addosso un mantello di porpora. Poi gli si avvicinavano e dicevano: «Salve, re dei Giudei!». E gli davano schiaffi.
Pilato uscì fuori di nuovo e disse loro: «Ecco, io ve lo conduco fuori, perché sappiate che non trovo in lui colpa alcuna». Allora Gesù uscì, portando la corona di spine e il mantello di porpora. E Pilato disse loro: «Ecco l’uomo!».
Come lo videro, i capi dei sacerdoti e le guardie gridarono: «Crocifiggilo! Crocifiggilo!». Disse loro Pilato: «Prendetelo voi e crocifiggetelo; io in lui non trovo colpa». Gli risposero i Giudei: «Noi abbiamo una Legge e secondo la Legge deve morire, perché si è fatto Figlio di Dio».
All’udire queste parole, Pilato ebbe ancor più paura. Entrò di nuovo nel pretorio e disse a Gesù: «Di dove sei tu?». Ma Gesù non gli diede risposta. Gli disse allora Pilato: «Non mi parli? Non sai che ho il potere di metterti in libertà e il potere di metterti in croce?». Gli rispose Gesù: «Tu non avresti alcun potere su di me, se ciò non ti fosse stato dato dall’alto. Per questo chi mi ha consegnato a te ha un peccato più grande».
Da quel momento Pilato cercava di metterlo in libertà. Ma i Giudei gridarono: «Se liberi costui, non sei amico di Cesare! Chiunque si fa re si mette contro Cesare». Udite queste parole, Pilato fece condurre fuori Gesù e sedette in tribunale, nel luogo chiamato Litòstroto, in ebraico Gabbatà. Era la Parascève della Pasqua, verso mezzogiorno. Pilato disse ai Giudei: «Ecco il vostro re!». Ma quelli gridarono: «Via! Via! Crocifiggilo!». Disse loro Pilato: «Metterò in croce il vostro re?». Risposero i capi dei sacerdoti: «Non abbiamo altro re che Cesare». Allora lo consegnò loro perché fosse crocifisso.
Essi presero Gesù ed egli, portando la croce, si avviò verso il luogo detto del Cranio, in ebraico Gòlgota, dove lo crocifissero e con lui altri due, uno da una parte e uno dall’altra, e Gesù in mezzo. Pilato compose anche l’iscrizione e la fece porre sulla croce; vi era scritto: «Gesù il Nazareno, il re dei Giudei». Molti Giudei lessero questa iscrizione, perché il luogo dove Gesù fu crocifisso era vicino alla città; era scritta in ebraico, in latino e in greco. I capi dei sacerdoti dei Giudei dissero allora a Pilato: «Non scrivere: “Il re dei Giudei”, ma: “Costui ha detto: Io sono il re dei Giudei”». Rispose Pilato: «Quel che ho scritto, ho scritto».
I soldati poi, quando ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti, ne fecero quattro parti – una per ciascun soldato –, e la tunica. Ma quella tunica era senza cuciture, tessuta tutta d’un pezzo da cima a fondo. Perciò dissero tra loro: «Non stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocca». Così si compiva la Scrittura, che dice: «Si sono divisi tra loro le mie vesti e sulla mia tunica hanno gettato la sorte». E i soldati fecero così.
Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!». E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé.
Dopo questo, Gesù, sapendo che ormai tutto era compiuto, affinché si compisse la Scrittura, disse: «Ho sete». Vi era lì un vaso pieno di aceto; posero perciò una spugna, imbevuta di aceto, in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. Dopo aver preso l’aceto, Gesù disse: «È compiuto!». E, chinato il capo, consegnò lo spirito.
Era il giorno della Parascève e i Giudei, perché i corpi non rimanessero sulla croce durante il sabato – era infatti un giorno solenne quel sabato –, chiesero a Pilato che fossero spezzate loro le gambe e fossero portati via. Vennero dunque i soldati e spezzarono le gambe all’uno e all’altro che erano stati crocifissi insieme con lui. Venuti però da Gesù, vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua. Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera; egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate. Questo infatti avvenne perché si compisse la Scrittura: «Non gli sarà spezzato alcun osso». E un altro passo della Scrittura dice ancora: «Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto».
Dopo questi fatti Giuseppe di Arimatèa, che era discepolo di Gesù, ma di nascosto, per timore dei Giudei, chiese a Pilato di prendere il corpo di Gesù. Pilato lo concesse. Allora egli andò e prese il corpo di Gesù. Vi andò anche Nicodèmo – quello che in precedenza era andato da lui di notte – e portò circa trenta chili di una mistura di mirra e di áloe. Essi presero allora il corpo di Gesù e lo avvolsero con teli, insieme ad aromi, come usano fare i Giudei per preparare la sepoltura. Ora, nel luogo dove era stato crocifisso, vi era un giardino e nel giardino un sepolcro nuovo, nel quale nessuno era stato ancora posto. Là dunque, poiché era il giorno della Parascève dei Giudei e dato che il sepolcro era vicino, posero Gesù.
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Preghiera preliminare
Chiedere a Dio nostro Signore la grazia che per la durata della preghiera tutte le mie intenzioni, il mio agire e la mia dimensione interiore non si disperdano in mille distrazioni, ma siano dedicate solo all’incontro con Lui: è possibile ed è bello.
Primo passaggio introduttivo
Consiste nel comporre il tema della preghiera. Qui sarà il legno grezzo e scaglioso di una croce piantata nella terra. Il cielo è innaturalmente scuro. Sento il rumore sordo dei respiri strozzati in gola, il movimento violento dei loro corpi, avverto il mormorio confuso della folla e l’odore metallico del sangue misto a sudore.
Secondo passaggio introduttivo
Consiste nel domandare al Signore quello che voglio e desidero. Qui, in particolare, chiedo la grazia di saper ritornare a sostare sotto questo legno, sopportando il senso di impotenza e il fastidio della morte imminente, senza distogliere lo sguardo e senza cercare vie di fuga.
Primo punto – “Ecco l’uomo”
Il governatore romano Pilato fa uscire Gesù dal buio del Pretorio. Indossa la corona di spine e il mantello di porpora. È sfigurato, esposto al pubblico disprezzo. Pilato dice: “Ecco l’uomo“. È la spoliazione totale di ogni decoro, il fallimento esibito al cospetto di tutti.
Davanti a questo volto tumefatto, lascio emergere il mio rifiuto istintivo. Sento l’urto, il fastidio profondo di vedere il divino ridotto così. Mi ribello. Pretendo una fede che ispiri rispetto, capace di arginare le sconfitte della vita. Rivendico la difesa della “dignità” della religione come un dovere sacrosanto. In realtà, sono terrorizzato all’idea di perdere la faccia. Non tollero che Dio, il mio Dio, possa abitare la pura irrilevanza.
Eppure, proprio dietro lo scempio di quella carne, la logica del Vangelo ribalta tutto: Gesù, infatti, non sta stringendo i denti, per darci una lezione di eroismo stoico. Lui non cerca l’applauso della piazza o il rispetto del mondo, perché la Sua unica, incrollabile identità è vivere esclusivamente nello sguardo del Padre.
Accolgo e lascio scendere in me questa evidenza. Fissando il Figlio sfigurato scopro di poter smettere di pretendere una fede “di successo“, lasciandomi sostenere dal ricordo di un amico che non si è mai vergognato della mia fragilità e del mio fallimento.
Considero la rispettabilità e un “buon nome” davanti agli uomini come la giusta garanzia per la mia fede o accetto lo scandalo di legare la mia vita a un Dio deriso e considerato un fallito?
Quando il Vangelo è attaccato, sento il dovere di difenderne il prestigio e l’onore, con argomenti forti, o accetto la povertà di un Messia che si lascia sfigurare, senza difendersi?
Misuro l’autenticità del mio cammino spirituale in base ai frutti visibili e all’ordine che riesco a mantenere o lascio che Dio mi salvi proprio attraverso ciò che di me crolla e perde dignità?
Secondo punto – “Ho sete”
Sapendo che ogni cosa era compiuta, Gesù, ansimando, urla: “Ho sete“. Il Creatore dell’acqua mendica una goccia dai suoi carnefici. Gli accostano alle labbra una spugna imbevuta di aceto. È l’esposizione radicale della totale indigenza e dipendenza.
Ascoltando quel grido roco, guardo Lui che mendica e avverto un moto di rifiuto: questo Dio mi imbarazza, soprattutto mi fa paura. Pretendo un Dio forte, distante, invulnerabile al male, onnipotente. Potrei accettare questa scena solo se fosse un affascinante, innocua, immagine simbolica. La verità è che considero un idolo l’autosufficienza. Ho il terrore di mostrare il mio bisogno. Illudo me stesso che la vera forza, per me e per lo stesso Dio, sia bastare a se stessi.
Eppure, in quell’agonia, c’è qualcosa di vertiginoso: Gesù continua a non odiare. Quella richiesta d’acqua è vera, è disarmata ed è il suo modo folle di restare in relazione persino con chi lo sta annientando.
Accolgo questa rivelazione che ribalta le mie difese: se Dio reagisce al male facendosi mendicante e rifiutandosi di chiudere la relazione, depongo la fatica di nascondere le mie debolezze. Ascoltando la sete di Gesù, scopro che il mio bisogno degli altri non è una minaccia da cui difendermi, ma il punto esatto di contatto con Lui e con l’umanità.
Davanti a Dio cerco di mantenere una nobile compostezza spirituale, offrendo le mie preghiere e le mie buone opere o mi arrendo a Lui, come un mendicante che non ha nulla da dare e chiede tutto?
Considero la solidità interiore e la capacità di non cedere alle tentazioni come il vero traguardo della mia fede o accetto che la Grazia mi tocchi, solo quando sperimento la mia disperata “sete“?
Nelle mie preghiere, mi affanno per trovare le parole e le disposizioni giuste, per essere gradito al Signore, o accetto l’imbarazzo di gridare solo la mia impotenza?
Terzo punto – Chinare il capo
Gesù grida: “È compiuto“. E chinato il capo, consegna lo spirito. È l’ultimo respiro. Mi accorgo, con stupore, che la vita non gli viene strappata all’improvviso; è Lui che la cede, in un abbandono definitivo.
Guardando quel capo che si piega e quel corpo che smette di lottare, mi accorgo del mio terrore all’idea di lasciare la presa sulle mie sicurezze. Di fronte al buio, la mia reazione istintiva è stringere i pugni. Cerco di tenere tutto sotto controllo, per non affondare. Lo chiamo “doveroso senso di responsabilità” convinto che spetti a me proteggermi e far funzionare la mia esistenza a tutti i costi. In realtà, è puro panico. È la totale sfiducia di potermi abbandonare inerme, senza garanzie, alle mani di un Altro.
Eppure, in quel respiro spezzato, la scena si capovolge: Gesù non muore disperato, come chi viene inghiottito dal nulla. In quell’ultimo istante, proprio quel chinare il capo rivela che quel respiro esalato non è una fine subita, ma l’atto del più vertiginoso ed estremo abbandono.
Accolgo e provo a respirare questa evidenza liberante: “è compiuto“. L’opera è fatta da Lui. Non devo disperarmi, per tenere in piedi il mio universo a forza di pugni stretti. Contemplando la “consegna” di Gesù, allento la presa sulle mie paure; mi lascio cadere anch’io in quell’abbandono radicale, sperando di atterrare nelle stesse mani che hanno accolto il Suo ultimo respiro.
Vivo la fede come una faticosa e doverosa battaglia personale, per conservare la grazia e combattere i miei difetti, o come la resa liberante all’opera di salvezza già compiuta da Cristo?
Davanti alla mia morte o al mio invecchiare, moltiplico gli sforzi spirituali, per farmi trovare “preparato” e in ordine, o inizio a praticare soprattutto l’arte nuda di “consegnarmi” a mani vuote?
Sento il peso di dover garantire, con la mia fedeltà, la solidità del mio rapporto con il Signore o accetto il rischio insostenibile di affidare tutto me stesso passivamente a Lui, smettendo di controllare la mia anima?
Colloquio
Conversiamo da amico ad amico con il Signore. In particolare, Lo ringrazio perché il suo ultimo respiro mi spoglia di ogni presunzione religiosa e mi offre la possibilità di consegnarmi con Lui, affidando al Padre tutto l’affanno con cui cerco di salvarmi da solo. Concludo con un’Ave Maria.
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(Istruzioni per la stampa)

Dei tre momenti – Ecco l’uomo, Ho sete, Chinare il capo – sento che il terzo ha una risonanza particolare per me, anche se forse è il più difficile da abitare.
“Chinare il capo e consegnare lo spirito”
La reazione istintiva davanti al buio è stringere i pugni. E subito dopo c’è il senso di responsabilità. Ma poi, quello che chiamiamo “doveroso senso di responsabilità”, a volte, è puro panico. È la sfiducia profonda che qualcun Altro possa tenere ciò che non riusciamo più a tenere noi.
Io so cosa significa stringere i pugni per tenere in piedi un universo che improvvisamente si è sgretolato. Qualche anno fa qualcosa di fondamentale è caduto nella mia vita, e da quel momento in poi la vita ha richiesto uno sforzo enorme solo per continuare a funzionare nel lavoro, nella quotidianità, nell’identità stessa. Chi gestisce progetti complessi sa tenere tutto sotto controllo. Ma nessuna competenza professionale prepara a questa perdita.
“Ho sete” – il grido che non mi aspetto
C’è però un secondo passaggio che merita di essere considerato, e che si collega al primo.
Il Creatore dell’acqua mendica una goccia. Gesù, in quel grido, non chiude la relazione, nemmeno con chi lo sta annientando. Continua a non odiare. Continua a chiedere.
Questo tocca qualcosa di molto preciso nella mia situazione. Il mio desiderio di condividere l’ultimo tratto della mia vita con una compagna è, nella sua forma più nuda, un grido di sete. Non è debolezza; è esattamente la forma umana più onesta dell’”ho sete di Cristo”.
Aprirsi di nuovo, dopo un lutto così grande, richiede di accettare la propria indigenza. Di smettere di bastare a se stessi. Di rischiare, di nuovo, di aver bisogno di qualcuno. Qui, però, c’è anche il rischio di diventare vulnerabili come Cristo di fronte al popolo che invoca la sua crocifissione.
“Ecco l’uomo” – il fallimento che non vergogna
Un uomo che ha perso la moglie, che vive una solitudine non per scelta, che deve ricominciare, ha conosciuto il crollo. Non il crollo gestibile, quello che si rimette in piedi per competenza. Il crollo che non si controlla, che non si progetta, che non ha un cronoprogramma di ripristino.
La buona notizia è precisa: Gesù non si vergogna della mia fragilità e del mio fallimento. Non chiede che io mi ripresenti in ordine. Pilato dice “Ecco l’uomo” pensando di mostrare un relitto, e invece sta mostrando il volto di Dio più vicino all’uomo di qualsiasi immagine di potenza.
Il filo che unisce i tre punti nella mia vita
I tre movimenti del Venerdì Santo – l’umiliazione accettata, la sete confessata, la consegna finale – tracciano insieme un unico percorso.
Per me, oggi, ciò si traduce in qualcosa di molto concreto. C’è un affanno, lo sento, nel voler essere ancora a posto, nel trovare un nuovo equilibrio, nel non mostrare il peso. La Parola mi invita a qualcosa di più radicale: chinare il capo anche io, non come sconfitta, ma come quell’abbandono estremo che Gesù compie sulla croce; consegnare allo stesso Padre che ha accolto il Suo ultimo respiro, anche il mio dolore, la mia solitudine, il mio desiderio.
Tre piccole direzioni concrete, per i giorni che vengono:
1. Verso Dio: permettermi di pregare senza comporre la faccia. Gridare la sete, non offrire la compostezza.
2. Verso me stesso – Riconoscere che i pugni stretti stancano. Che c’è una differenza tra responsabilità e controllo. Che “è compiuto” vale anche per me; non devo salvare da solo la mia vita.
3. Verso gli altri – Il mio desiderio di una compagna non è egoismo né debolezza. È sete. Ed è proprio da lì, dalla mia indigenza onesta, che può nascere un incontro vero, non dalla forza di chi ha già tutto sistemato.
Se questa sera, davanti alla croce, riuscirò a dire solo: “Signore, non so bene come fare, ma ti consegno questa paura, questa ferita, questa solitudine. Non voglio reggere tutto da solo”, starò già lasciando che il Venerdì Santo entri nel mio oggi.
Stanotte poi, nel silenzio del Sabato Santo, cercherò di portare con me davanti al Signore questi tre movimenti.
Un caro saluto
Giovanni